Limonenero’s Weblog

La vita è un bene perduto se non è vissuta come avremmo voluto…

Riflettendo…

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Si parla tanto di civilizzazione del mondo del lavoro, di precarietà – una parola antica alla quale abbiamo dato un significato nuovo e, soprattutto, una legittimazione del tutto nuova – di mobilità, flessibilità… e via dicendo. Concetti, ben apparecchiati, sempre “coniugati ” a carico del lavoratore. Per predefinizione quando si tratta di identificare una categoria sociale dalla quale pretendere spirito di sacrificio, disponibilità e senso civico, la scelta è sempre la stessa: il lavoratore dipendente, l’operaio, non si scappa!. Il rispetto e la civilizzazione nel mondo del lavoro passano anche attraverso il riconoscimento del “diritto” a guadagnare soddisfacentemente per poter vivere dignitosamente almeno quanto chi il lavoro lo offre o lo crea. All’interno del mondo del lavoro è da sempre strisciante un bieco ricatto che si basa su un concetto discriminante che vorrebbe ” eroe” e “benemerito” l’imprenditore o il datore di lavoro e, viceversa, destinato ad un rapporto di eterna riconoscenza…il lavoratore dipendente che, tra l’altro, è come condannato a pagare questo presunto debito di riconoscenza con l’obbligo ad accontentarsi di una retribuzione inadeguata, mai equamente proporzionata al costo reale della vita (si diceva “CONCERTAZIONE” di fatto si trattava di una sconcertante e avvilente rinuncia ad una giusta lotta sindacale: ce lo ricordano, bellamente e …paradossalmente, Montezemolo, con notevole…ritardo e Mario Draghi, forse, con meno responsabilità da farsi perdonare rispetto all’ex presidente di Confindustria.), che, OVVIAMENTE, non gli consente di arrivare alla fine del mese, imponendogli un’ altra forma di precarietà, della quale si parla poco, che riguarda la qualità dell’esistenza che, a sua volta, diviene una condizione essenziale di controllo sulla società da parte di chi ha interesse a sfruttare il “bisogno di vivere” e di lavorare altrui. La legge Biagi e la conseguente istituzionalità del concetto di precarietà nel mondo del lavoro costituiscono, di fatto, la legittimazione di una perversione politico-sociale che ha radici profonde e divengono un potenziamento dello strumento di controllo sociale ed economico così caro al mondo imprenditoriale. Si rendano flessibili i guadagni delle imprese, piuttosto! Si legiferi nel senso che il comportamento del mondo imprenditoriale sia indotto a contingentarsi con il momento economico ma non a scapito del lavoratore dipendente. Sedi aziendali meno lussuose, retribuzioni sensibilmente più basse per il management, sia pubblico che privato, in linea con i tempi; per dirigenti e Proprietà, ridotta capacità di “accantono”, per uso personale, delle energie finanziarie d’impresa e maggiore disponibilità verso le esigenze del mondo del lavoro; meno licenziamenti e meno cassa integrazione – tutti sappiamo che se n’è fatto un largo e indiscriminato… utilizzo – per non gravare ulteriormente sul bilancio dello stato. D’altro canto tali misure non dovrebbero costituire un sacrificio inaccettabile… per tutte quelle aziende che, comunque, godono di ottima salute nonostante i periodi di crisi economica del Paese. Sarebbe interessante verificare quanto i concetti di precarietà e di flessibilità con tutto il carico di pesanti disagi che comportano, sino ad oggi riservati… solo ai i lavoratori, siano ben accolti e con sollecitudine messi in atto se i destinatari fossero gli imprenditori e le rispettive famiglie.

“LE CROCIATE”

Written by limonenero

25, Marzo, 2008 a 2:15 am

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